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Goffredo da Viterbo  

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Resoconto convegno "Il Medioevo tra noi" Gradara
11 Lug

Resoconto convegno "Il Medioevo tra noi" Gradara

Stella Losasso, Davide Iacono, Cronaca del convegno “Il Medioevo tra noi. Terza edizione. Un gioco di specchi”, Gradara, 17-18 giugno 2016

17 giugno, ore 16,00

Nella bellissima Rocca di Gradara, medievale e medievalista, stratificazione di tempi ed interpretazioni, comincia un viaggio attraverso i riflessi che giungono a noi direttamente dal millennio più controverso ed affascinante di sempre. Un evento che vuole indagare la curiosità per la rappresentazione di un mondo che sempre più è fonte vitale per l’immaginario ed i sogni contemporanei. Il titolo di questa terza edizione del primo congresso italiano dedicato al medievalismo è “Un gioco di specchi”.

La direttrice della Rocca di Gradara Maria Claudia Caldari ha salutato i presenti, narrando in breve la storia della fortezza, sito tra i più visitati in Italia per l’innegabile fascino che esercita, tra storia e leggenda, forse luogo in cui si consumò la famosa tragedia amorosa di Paolo e Francesca.

Il sindaco di Gradara Filippo Gasperi ha dato il suo benvenuto all’iniziativa che segue dai suoi esordi di tre anni fa e che intende continuare a promuovere.

È seguita l’introduzione di Tommaso di Carpegna Falconieri dell’Università di Urbino, ideatore e organizzatore de “Il Medioevo fra noi”. Il professor Falconieri si è detto molto felice per la crescita di questo evento e ha descritto brevemente il programma, che ha deciso in gran parte con la professoressa Francesca Roversi Monaco dell’Università di Bologna. Il professore ha quindi illustrato il nodo centrale da cui si dipana il filo conduttore dell’evento. Innanzitutto la sua fascinazione per gli specchi e il loro valore sia come concetto (gli specula come generi letterari: per esempio gli specula principum) che come oggetti fisici nell’età medievale: dagli specchi magici, fiabeschi, spesso di derivazione etrusca, a quello rappresentato in uno degli arazzi medievali del ciclo “La Dame à la licorne” che è stato utilizzato come immagine-simbolo dell’incontro. Ma lo specchio può avere un significato allegorico e metodologico: esso infatti rappresenta anche lo studio del medievalismo, ovvero del nostro rapporto con l’età medievale che passa spessissimo attraverso lo specchio deformante del romanticismo ottocentesco, come già fu osservato da Renato Bordone nel suo famoso libro Lo specchio di Shalott. E poi, tra storia e fantasia, quanto viene distorto se si coglie l’immagine di un’era scomparsa attraverso lo specchio delle fonti, esse stesse solo apparentemente oggettive, e invece piene di rifrangenze e distorsioni. Ma soprattutto, quello che ci sembra di scorgere nel passato, in realtà, molto spesso, siamo noi stessi: le interpretazioni contemporanee riflettendosi tornano indietro, per apparire quindi a noi come il medioevo originale. Un gioco in cui le illusioni si fanno realtà. Ciò poiché il fare storia si lega sempre alla contemporaneità ovvero all’autobiografismo: il medioevo diventa specchio di noi stessi. 

Sono cominciati quindi gli interventi.

Moda e Medioevo delle professoresse dell’Università di Bologna Maria Giuseppina Muzzarelli e Francesca Roversi Monaco, un discorso accattivante diviso in tre fasi. Innanzitutto la moda nel medioevo, età in cui questo fenomeno nasce e si definisce nella fisionomia con cui noi oggi lo conosciamo. Una rassegna ricca di esempi in cui la moda come dress code, come simbolo di status, diventa anche fine a sé stessa, rappresentazione dell’estro e del lusso; del piacere per il colore e per la materia come tessuto. Moda come storia e paradosso nel caso dell’amore per un’estetica (le righe, i colori sgargianti) dettata dalla contingenza ed oramai rovesciata nel gusto contemporaneo. Ma anche fonte di innovazione tecnologica, ad esempio per quanto riguarda l’introduzione del bottone. Moda nell’aspetto più prettamente storiografico dello studio della regolamentazione del consumo e dello sfoggio di materiale. Si è passati quindi all’aspetto medievalista della moda nel recupero attuale, da parte dei più noti stilisti, di elementi passati e medievaleggianti in un tripudio di postmodernismi. Riferimenti che vanno alla deriva sino a restare senza alcun fondamento, come nel caso della moda “Gothic”, che di medievale ha solo il nome, ed è sostanzialmente «neo- neoromantica», come avrebbe potuto dire Franco Cardini.

Il professor Salvatore Ritrovato dell’Università di Urbino ha parlato delle interpretazioni cinematografiche di un personaggio già medievalista, poiché nato nel XVII secolo dalla penna di Giulio Cesare Croce (che si ispirava a sua volta a novelle medievali come la disputa di Salomone con Marcolfo): l’astuto contadino Bertoldo. Le prime due versioni sono Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno di Giorgio Simonelli del 1936 e l’omonima di Mario Amendola e Ruggero Maccari del 1954, remake della precedente. È stato interessante notare il tentativo in queste due versioni di dare una trama alla storia in cui fare intervenire il personaggio di Bertoldo, diventato una sorta di “eroe positivo”. Decisamente bellissima e più intrigante la versione del 1984 di Mario Monicelli. Dotata di un cast eccezionale, utilizza sapientemente una grande quantità di paesaggi ed architetture italiani per ambientare le vicende. Monicelli si attiene al carattere episodico dei racconti e, come ha fatto notare il professor Ritrovato, sfrutta le inflessioni dialettali degli attori per colorire e dare spessore ai personaggi. Si è introdotto con questo intervento un altro grande tema che lega anche emotivamente a noi il medioevo: la comicità.

In seguito è stata la volta della dott.ssa Sonia Merli (Scriptorium – Perugia), che ha parlato di come “i Templari sono in mezzo a noi”, in maniera ironica e frizzante, introducendo l’uso smodato e poco coerente nella nostra società di queste figure storiche, con intenti più o meno ingenui o truffaldini. Si è passati così dalle incoerenze storiche degli appassionati che identificando la “parte con il tutto”, si travestono da templari in qualunque evento dedicato al medioevo (un esempio su tutti “Perugia, 1416”). Ma c’è di più e di peggio, ovvero i risvolti più superficiali e scriteriati di un certo giornalismo in rete, ad esempio con l’ultima moda della “dieta dei templari”, assolutamente anacronistica (indimenticabili le foto corredate di aloe e peperoni) e di stampo vegetariano. La dottoressa ha sottolineato, oltre al fatto che la dieta dell’ordine dei templari era molto orientata al consumo di carni rosse, che fra tutte le regolamentazioni alimentari medievali quella più simile ad una dieta moderna è effettivamente quella benedettina. Per ovvi motivi di marketing però non si usa titolare articoli “Il vegetarianesimo di s. Benedetto”. L’intervento si è concluso con esempi di utilizzo dei famosi cavalieri al limite dell’illegalità, nel tentativo di rendere più appetibili immobili in vendita come castelli da ristrutturare.

Dopo una pausa, alle nove ci si è ritrovati nel cortile per la serata dedicata a Paolo e Francesca.

La dott.ssa Maria Chiara Pepa ha illustrato l’excursus che ha portato la storia narrata da Dante a diventare un famoso mito medievalista. Dal punto di vista storiografico è proprio il sommo poeta per primo a parlare del tragico amore tra i due anche se non fornisce informazioni su Paolo, che nel V cantico rimane sconosciuto. Di Francesca si conosce solo il nome e un’indicazione del suo luogo di nascita “Siede la terra dove nata fui/su la marina dove “l Po discende/per aver pace co‟ seguaci sui”. Inoltre sappiamo che Francesca non è frutto di fantasia ma visse realmente, poiché viene nominata come defunta nel testamento del suocero, Malatesta da Verucchio, nel 1311. La dottoressa ha esposto la sua ricerca tesa a trovare nei commenti dei contemporanei di Dante (tra cui i figli Jacopo e Pietro Alighieri, Iacopo della Lana e Boccaccio) conferme all’attendibilità storica dell’episodio. D’altra parte la scarsità delle evidenze e delle fonti non ha impedito che la vicenda avesse un forte impatto sull’immaginario collettivo. Impatto che ha fatto rivivere il mito per secoli arricchendolo di dettagli e interpretazioni, fino a giungere al XX secolo nell’opera teatrale “Francesca da Rimini” scritta da Gabriele d’Annunzio.

In conclusione l’associazione culturale e compagnia teatrale La Resistenza della Poesia (Monica Bravi, Umberto Brunetti, Alberto Fraccacreta e Matteo Giunta) ha eseguito una splendida lettura performativa del V canto della Divina commedia. Accompagnate da suggestivi intermezzi musicali nonché effetti scenici con chitarra flauto ed ocarina, le quattro voci degli interpreti hanno dato vita ai versi emozionando i presenti. Socchiudendo gli occhi si poteva viaggiare in un luogo lontano nello spazio e nel tempo. Una conclusione magica alla prima giornata del “Medioevo tra noi”. 

Stella Losasso

 

Verso le 22,00 si è tenuta una formidabile cena condita da numerosi e pittoreschi aneddoti dei commensali. A bene vedere si impara anche tra un bicchiere e l’altro. 

18 giugno, ore 9.30

La seconda giornata si è aperta con un intervento del professore Umberto Longo relativo alla cosiddetta “terza missione” delle Università italiane. Per terza missione, ha spiegato il professore, si intende l’obbiettivo fondamentale – insieme a quello di formazione e ricerca scientifica – che hanno gli atenei di divulgare, comunicare e diffondere le conoscenze maturate all’interno degli atenei. Le Università hanno in questo disegno un ruolo chiave in quanto chiamate a produrre una conoscenza rivolta all’investimento da parte delle industrie. Nella vulgata ciò si è tradotto nel pensare la ricerca funzionale all’economia e nella teorizzazione di poli universitari “d’eccellenza” - con annessa creazione di criteri di valutazione per meglio assegnare risorse. Tuttavia un tale “ruolo imprenditoriale” ha portato le Università in Italia – dove gli investimenti delle aziende nel campo della ricerca sono minimi – alla paradossale situazione di sacrificare proprio la ricerca di base (sulla quale si fonda la ricerca applicata). A ciò si aggiunga che l’ossessione per la monetizzazione del sapere ha condotto ad un progressivo taglio della ricerca nel campo umanistico (quando in realtà è chiaro anche ai paesi che galleggiano sul petrolio che l’innovazione passa dalla ricchezza culturale). Subordinare quindi il sapere, soprattutto umanistico, ad una tale logica meramente utilitaristica è come riconoscere che un paese possa solo reggersi sui suoi primati economici. Questo fa il paio con il facile spot della “cultura = petrolio d’Italia”, che vede il patrimonio culturale come un’inerte riserva petrolifera da consumare. Riconoscere in ultimo il valore delle Università come poli aggreganti – insieme produttrici e custodi di un’eredità culturale – indispensabili per la crescita sia civile che economica del paese è la vera sfida sulla quale il terreno della politica dovrebbe puntare nei prossimi anni. Ma lo smantellamento del tessuto universitario e il privilegiare la ricerca applicata sembrano indicare la direzione opposta.

A seguire l’intervento della dott.ssa Stella Losasso “Manga e medioevo” ha teso a mostrare il massiccio uso dell’immaginario medievale in questi popolarissimi fumetti giapponesi. Le splendide illustrazioni in bianco e nero – molte delle quali, per pregio, sembrano tratte dalle pagine di un Viollet-le-Duc – riprendono i noti stereotipi sui quali si è fondato, e si fonda, il medievalismo. Il castello, il cavaliere, la dama, l’immaginario fantastico, i vichinghi sono tra i protagonisti che è possibile incontrare tra le pagine di questi fumetti, sempre più amati da un pubblico giovane e meno giovane. Si potrebbe parlare in conclusione di un “medievalismo di ritorno” perché Berserk, Claymore, Cronaca della guerra di Lodoss, Vinland Saga – soltanto per citare alcuni dei titoli più noti – sono diffusi anche in Europa, e nutrono i lettori occidentali di un immaginario medievale europeo rielaborato dalla sensibilità e dalla cultura giapponese. Sarebbe allora interessante indagare maggiormente le radici e le origini della ricezione del medioevo in Giappone, la storia di questo innamoramento. Magari il prossimo anno…

I dottori Riccardo Facchini e Davide Iacono, hanno invece conversato sul tema “Il medievalismo in rete”. Dopo un breve panorama sui principali studi sull’argomento, essenzialmente americani o inglesi, sono passati a raccontare come il medievalismo è raccontato dal web. Quindi si è visto come da un lato sono presenti siti o pagine Facebook dedicate allo studio del tema (due fra tutti Medievalists.net e MediaEvi) mentre dall’altro lato sono presenti, in linea con la fluidità del medium Internet, produttori di medievalismo. Questi ultimi è possibile distinguerli in due principali categorie: quelli che fanno un uso satirico-umoristico del medioevo (con l’uso di “meme” virali) e quelli che, utilizzando gli stessi mezzi, ne fanno un uso più marcatamente ideologico o politico (con un onnipresente, iper-virile, medioevo crociato, declinato alternativamente in funzione islamofoba o omofoba). 

Molto vivace – come poteva non esserlo! – il dialogo tra Tommaso di Carpegna Falconieri e “Gerberto di Aurillac‟ e “Walther von der Vogelweide‟, due dei creatori e animatori della pagina Facebook, che conta oramai conta quasi 500.000 “sodali”, “Feudalesimo e Libertà‟. I due “messi” hanno raccontato come l‟idea fosse nata da un gruppo di amici che, tra una birra e l’altra, decisero di creare una pagina che irridesse ai tic della contemporaneità declinata però in una cialtronesca veste medievaleggiante. I “sodali” si professano allora tutti fedeli sudditi de Lo Imperatore – figura insieme messianica e burattinaio nascosto delle sorti del mondo – e utilizzano epiteti tratti dalla storia medievale per firmare i loro irriverenti meme, sempre corredati da commenti in un favellare medievale ispirato a quello dell’Armata Brancaleone. Quello di FeL è appunto un medioevo goliardico che sberleffa il potere (come d’altro canto vuole la stessa tradizione goliardica medievale) e che attinge - capovolto come soltanto dei giullari potrebbero fare - da un immaginario, il medioevo italiano, che oggi suscita la passione e la curiosità di un numero crescente di “non addetti ai lavori” e che fino a pochi decenni fa era confinato agli ambienti della destra radicale.

In ultimo l’intervento di Federico Fioravanti ideatore e deus ex machina del Festival del Medioevo di Gubbio, che si appresta a replicare l’enorme successo della prima edizione. Fioravanti ha spiegato come il Festival non sia una rievocazione storica o una sagra di paese, come quelle che fioriscono di anno in anno in Italia. Si tratta invece di un incontro dove i più importanti docenti di storia medievale italiani dialogano col pubblico, nell’intento di comunicare e divulgare la passione e l’interesse per lo studio di un’epoca, come quella medievale, troppo spesso bistrattata e conosciuta per luoghi comuni. Il Festival rappresenta anche un’occasione per ripensare una materia e confrontarsi con l’attualità. Verranno quindi affrontati i grandi temi della storia medievale ma anche il medioevo immaginato, inventato, sognato. In più, soltanto per i presenti e a porte chiuse, è stato comunicato il tema delle giornate di Gubbio e i numerosi docenti e ospiti invitati a partecipare. L’appuntamento allora è nella splendida cornice di Gubbio dal 4 all‟8 ottobre alla scoperta dei mille volti del medioevo. Raccogliendo le fila di queste due giornate a Gradara non è possibile non ricordare la qualità e l’originalità degli interventi, tutti tesi a gettare luce su questo medioevo raccontato e declinato dal presente. Vivace ed interessante è stato poi il dialogo con un pubblico sempre più numeroso e attento. Ed infine, fondamentale, il clima positivo creatosi tra i vari relatori ha reso il convegno oltre che un interessante incontro di saperi anche un bell’incontro umano. E crediamo non sia poco. Speriamo che queste giornate possano tradursi nel tempo come un appuntamento sempre più importante per raccontare e far crescere l’attenzione per “Il Medioevo tra noi”. I semi sono stati gettati a Gradara, e, nella bella immagine data dal professor di Carpegna Falconieri, la buona terra ha bisogno di cure e di pazienza. Al prossimo incontro dunque.

Davide Iacono

 

Wazzap: nuovi metodi di comunicazione feudali

Lo Imperatore plaude all'uso dello novo "Ch'accade" in voga tra i jovini pueri di tutta Europa.

Da Messer Michele, autore di codesta opera d'arte nella parte coltivata a luppolo dello suo podere:
"Ecco lo unico strumento che lo imperatore approva per li giovini! Altro che egofoni, da molto più piacer interiore zappare la terra delli profumati campi di luppolo che darà fresca cervogia per tutte le genti!! Creerà di certo più amicizie, e le suggellerá per sempre!!"

 

 

Nasce Kepurp, lo kebbabbo partenopeo!

Ottime nuove in arrivo dallo Regno di Napoli! Nell'urbe gobernata da Carlo d'Angiò, infatti, li cocinieri hanno ideato una pietanza in grado di fare concorrenza allo kebabbo. 


Citando dallo VesuvioLive 
"Ciro Salatiello, cuoco ufficiale del Napoli Calcio, nel suo ultimo libro di ricette, dal titolo “In cucina con Ciro Salatiello, dalla prima colazione al dessert”, per Edizioni Pironti, presenta un piatto del tutto innovativo, il Kepurp. Si tratta di un kebab di polipo, da cui appunto il nome, visto che in dialetto napoletano viene chiamato “purp”.

Una ricetta molto semplice e diffusa in quanto non è altro che insalata di polpo pressata ed in forma cilindrica ma molto originale, soprattutto nel nome! Salatiello, durante la presentazione del libro ha deliziato i propri invitati con il kepurp, ideale come antipasto o per un aperitivo di mare, riscontrando, ovviamente, un notevole successo!"


Ecco la risposta nostrana alle empie pietanze saracine! Lo kebabbo ha le ore contate!

Visto lo argomento, vi salutiam con una citatio dello nostro tomo:

"[...] e, più in là, vidi anco li cosiddetti avventori cosmopoliti, saggiatori d'esotiche cibagini che sovente sono inimiche della civiltà ma sopratutto dello corpore. Non ammancavano fra quest'ultimi li estimatori dello Kebabbo [...]

da La Divina Commedia - Quasi mille anni dopo 

Canto VI, par.VI